L’anziano nelle strutture residenziali

di Francesco Loretucci

(Psicoterapeuta e Docente di Psicologia Generale in convenzione presso la Sapienza Università di Roma)

Le recenti statistiche confermano che la popolazione italiana, anche se meno velocemente degli ultimi anni, sta progressivamente invecchiando. Il numero di ultrasessantacinquenni conta ormai oltre 14 milioni di persone rappresentando un quarto della popolazione.  In aumento anche il numero dei “grandi vecchi” cioè di coloro che superano gli 80 anni. Sale di conseguenza il numero di anziani non più autosufficienti che hanno bisogno di assistenza continua spesso non più garantita direttamente dai familiari. Se i servizi sociosanitari non sono in grado di offrire una assistenza domiciliare adeguata a sostegno dei parenti nasce l’esigenza da parte di questi ultimi di rivolgersi ai servizi residenziali socio-sanitari. L’ingresso di un anziano in una casa di riposo o in una R.S.A. (Residenza Sanitaria Assistenziale) può rappresentare un grave evento traumatico perché spesso non viene effettuato per libera scelta ma per esigenze legate alla sua gestione familiare. I sensi di colpa derivanti da un profondo senso di abbandono nel ricoverare un parente in una casa di riposo sono molto comuni. Per affrontarli è importante accettare la realtà riconoscendo che, nonostante le buone intenzioni, spesso un figlio non può sostituire una assistenza professionale continua medica specialistica. La persona, interessata al ricovero, deve essere coinvolta nella scelta fatta condividendo i motivi legati alla decisione ed i vantaggi futuri da essa. Benefici derivanti da un senso di sicurezza generato sia dall’assistenza sanitaria giornaliera che da nuove occasioni di contatti sociali.  L’ascolto delle preoccupazioni dell’anziano è essenziale per giustificare che la scelta del ricovero è motivata dal desiderio familiare di un suo il miglioramento funzionale offerto da cure adeguate in un ambiente sicuro e socievole. E’ fondamentale saper comunicare alla persona che il ricovero non equivale ad un abbandono ma a una decisone finalizzata a garantire benessere e assistenza continua.  Rimane essenziale descrivere all’anziano le caratteristiche della struttura dove verrà accolto facendogliela visitare accompagnandolo in compagnia con un addetto del personale. La sua presentazione al Direttore Sanitario della struttura in compagnia dei familiari favorirà una accoglienza partecipata che aiuta a rompere il ghiaccio della burocrazia delle pratiche di ricovero.  La presenza di uno psicologo fornirà un supporto individuale e di inclusione nel gruppo degli altri ospiti. In primi giorni saranno i più impegnativi dal punto emotivo.  Sarà necessario un adattamento alla nuova vita di società che prevede dei tempi ritmati dalle esigenze di tutti i ricoverati, dalla distribuzione dei pasti alla somministrazione dei farmaci. La forzata mancanza del suo ambiente di vita, a cui era abituato, può generare confusione, rifiuto dei ritmi orari imposti e constatazione della perdita della propria libertà individuale. Di conseguenza ogni nuova situazione di vita si può trasformare in un evento stressante. La riduzione del proprio spazio personale, la rottura delle vecchie relazioni amicali, la socializzazione forzata con gli altri ospiti tutto può contribuire a creare ansia, depressione e disturbi del sonno. In relazione al proprio spazio personale è importante per l’ospite poterlo caratterizzare esponendo le sue fotografie e i piccoli ricordi. Le strutture di accoglienza offrono attività ricreative e culturali, preferibilmente sempre in gruppo, che stimolano la mente e la socializzazione. Tali occupazioni tendono a favorire il senso di appartenenza in queste piccole comunità che tendono a diventare una seconda famiglia per molti ospiti creando nuove amicizie e nuovi affetti.